La tavola e il telefonino

All’apertura del Giardino di Bacco, ben 26 anni fa, i clienti non riuscivano a utilizzare il proprio cellulare durante la cena. La larghezza dei muri antichi ne impediva la ricezione e coloro che,  in verità pochi,  desideravano telefonare erano costretti ad uscire in giardino.

Col passare degli anni la tecnologia è riuscita a “perforare”  le pareti della casa  e da allora ho assistito all’incessante declino del libero conversare. I commensali , ancor prima di sedersi, controllano il display del telefonino per accertarsi se c’è campo, lo ripongono a portata di mano accanto le posate, lo consultano continuamente e ne controllano i messaggi.

I figli dei genitori più severi messaggiano furtivi nascondendo il cellulare dietro il menù o sotto il ripiano della tavola. Il papà che li sorprende viene spesso zittito dalla moglie, ma di solito i genitori fingono di non accorgersene. In molti scattano inutili foto e lo interrogano sul vino utilizzando applicazioni che forniscono il costo della bottiglia prescelta, in barba ai bravi sommelier. Se la batteria è scarica vanno in preda al panico e speranzosi richiedono un caricatore. Un cliente  mi suggerì di migliorare il servizio in sala attrezzando I miei camerieri con i carica batteria per darli in prestito a chi ne avesse avuto bisogno!

Anni fa la tavola era un focolaio di conversazione e nessuno si appartava nel suo mondo virtuale. Il comportamento a tavola è cambiato radicalmente, non so se definirlo degrado o progresso ma ho un ricordo di tavolate più allegre, di ragazzini più sorridenti e famiglie più affiatate.

 

 

I Centri Commerciali
Trentanni fa, visitando Boston fui visibilmente turbato dalla presenza di un gigantesco centro commerciale e dal modo frenetico in cui gli americani lo frequentavano per intere giornate. Lo chiamavano Mall.
Al suo interno un enorme patio alloggiava una schiera di piccolissimi stand attrezzati di inaffidabili piastre arroventate sulle quali si umiliavano le cucine di tutto il mondo.
Un nauseabondo odore di salsa wasabi sovrastava puzze di tempura e grassi bruciati.
In sottofondo un chiassoso vocìo e lo sfrigolìo di friggitrici con improbabile contenuto d’olio.
Rifugiatomi nell’angolo delle pizzerie per catturare qualche spiffero al profumo di origano, ovviamente sintetico, fui sorpreso da una bandierina che ostentava la paternità USA della pizza.
Per chi non lo sapesse la stragrande maggioranza degli americani ritiene la pizza una loro invenzione. Poverini!
Allibito osservavo persone di ogni età in fila con un vassoio in mano che saltavano dal Marocco al Giappone, dalla Tailandia al Messico, accostando nello stesso piatto finta paella e wurstel in salsa di soia, cous cous con tomato, maionese multicolorata alle mille essenze e altro ancora. Più in là un tizio, alquanto distinto, rigirava pietanze di diversi paesi a mò di insalata mista, una cucina fusion estemporanea da famiglia Adams … bleah… Indicibile !
Al mio rientro, parlando con gli amici, si era stupiti che quella gente bivaccasse lì per intere giornate, ma si giustificava quello stile di vita come una conseguenza del clima più rigido del nostro, una sorta di adattamento dell’homo sapiens all’habitat del luogo insomma . Mai avremmo immaginato che tutto ciò si sarebbe materializzato in Sicilia e che Catania avrebbe oggi vantato in Europa il secondo posto, dopo Oslo, per numero di centri commerciali in rapporto alla popolazione residente.
Mi chiedo come sia stato possibile tutto ciò, come abbiamo potuto accettare che i nostri figli disertino le piazze per rintanarsi in queste grotte illuminate, con i loro amori sbocciati in un fast food piuttosto che in una spaghettata fra amici e con le grigliate all’aperto, all’ombra di un albero, accanto una casa antica. Chi sono stati gli architetti di cotanto stravolgimento, chi i complici e i compiacenti, chi ha lucrato e come sia riuscito il “sistema” a instillarci l’idea che il Mall fosse una conquista sociale?
Nei giorni festivi, intorno ai “Circopolis”, sostano in attesa moderni pullman che hanno portato in gita pensionati e scolaresche, alla faccia della gita culturale! Altri arrivano con i bus navetta assoldati da novelli sindaci rampanti, comunque la maggior parte giunge in auto. Ogni domenica si banchetta ai fast food dove l’olezzo ricorda quello del patio di Boston. Siamo diventati internazionali!
In un parcheggio interrato alcune famigliole improvvisano squallidi pic nic sul cofano della propria auto. Qualcun altro, dopo aver aperto il portellone posteriore, stende una tovaglia sul portabagagli. Desolante davvero.
E come se non bastasse, ogni domenica nei centri più attrezzati, si celebra la Santa Messa, con tanto di rintocchi hi-tech che ne preavvisano l’inizio, altro che campane! Anche i fedeli fanno numero, il prete è preso in prestito dalla parrocchia del paese. Tutto fa brodo.
Ce la faremo mai a ritornare sotto l’albero ? Forse si, ma sarà dura.