La cultura di un paese si misura anche a tavola
 

Spesso, nei film americani, la gente che torna a casa non prepara la cena, la tavola. Ciascuno apre il frigorifero, afferra qualcosa di freddo, si butta su una poltrona, accende il televisore e si mette a mangiare e a bere direttamente dalla scatola. Si ha la netta impressione che il cibo non lo interessi per nulla, e non gli interessino nemmeno le altre persone.

E’ un’abitudine che tende a diffondersi anche da noi.

Qualcuno la giudica un progresso, espressione di maggiore autonomia, di maggior emancipazione. Io ho molti dubbi. Quel modo di mangiare in realtà è segno di disgregazione, di anomia.

Il cibo ha cessato di essere tanto un valore che un rituale di unione.

In Italia diamo ancora importanza al mangiare, il ristorante più modesto ci presenta una tavola apparecchiata con una tovaglia pulita, i piatti , il coltello e la forchetta, i bicchieri. Ma anche a casa molti hanno l’abitudine di preparare la tavola. Anche quando sono soltanto in due. E poi parlano del cibo, lo commentano, lo confrontano, lo giudicano.

Ogni cosa acquista significato, spessore attraverso la cultura e la storia, perchè il cibo è cultura e storia. Senza di esse i ristoranti si degradano e arrivano a servire, come cibo italiano, pasta fredda scotta e pizza alta dieci centimetri con un tappeto di formaggio olandese.

Molti pensano che il ricordo del passato e la conservazione dei rituali costituiscano un freno alla creatività. Non è vero .

Noi diventiamo creativi solo quando una cosa ci interessa profondamente.

Per noi italiani è essenziale il piacere, il gusto, la bellezza. Perciò è importante il cibo. E non solo gli ingredienti, ma il modo in cui apparecchiamo la tavola, la tovaglia, i piatti, il vasellame, il modo in cui lo cuciniamo, lo serviamo, lo mangiamo.

E’ solo su questo sfondo culturale e di gusto che possiamo creare nuovi piatti, inventare. E’ solo così che diventiamo capaci di creare una nostra gastronomia e  una cucina tradizionale in continua evoluzione.

Io, nel mio piccolo, ci provo da parecchi anni. 

 

 

La tavola e il telefonino

All’apertura del Giardino di Bacco, ben 26 anni fa, i clienti non riuscivano a utilizzare il proprio cellulare durante la cena. La larghezza dei muri antichi ne impediva la ricezione e coloro che,  in verità pochi,  desideravano telefonare erano costretti ad uscire in giardino.

Col passare degli anni la tecnologia è riuscita a “perforare”  le pareti della casa  e da allora ho assistito all’incessante declino del libero conversare.

I commensali , ancor prima di sedersi, controllano il display del telefonino per accertarsi se c’è campo, lo ripongono a portata di mano accanto le posate, lo consultano continuamente e ne controllano i messaggi.

I figli dei genitori più severi messaggiano furtivi nascondendo il cellulare dietro il menù o sotto il ripiano della tavola. Il papà che li sorprende viene spesso zittito dalla moglie, ma di solito i genitori fingono di non accorgersene. In molti scattano inutili foto e lo interrogano sul vino utilizzando applicazioni che forniscono il costo della bottiglia prescelta.Se la batteria è scarica, in preda al panico, richiedono un caricatore. Un cliente  mi suggerì di migliorare il servizio in sala attrezzando i  camerieri con i carica batteria.

Anni fa la tavola era un focolaio di conversazione e nessuno si appartava nel suo mondo virtuale. Il comportamento assunto dai commensali è cambiato radicalmente. 

Non so se definirlo degrado o progresso ma ho un ricordo di tavolate più allegre, di ragazzini più sorridenti e famiglie più affiatate.

 

 

I Centri Commerciali

Trentanni fa, visitando Boston fui visibilmente turbato dalla presenza di un gigantesco centro commerciale e dal modo frenetico in cui gli americani lo frequentavano per intere giornate. Lo chiamavano Mall.

Al suo interno un enorme patio alloggiava una schiera di piccolissimi stand attrezzati di inaffidabili piastre arroventate sulle quali si umiliavano le cucine di tutto il mondo.

Un nauseabondo odore di salsa wasabi sovrastava puzze di tempura e grassi bruciati.

In sottofondo un chiassoso vocìo e lo sfrigolìo di friggitrici con improbabile contenuto d’olio.

Rifugiatomi nell’angolo delle pizzerie per catturare qualche spiffero al profumo di origano, ovviamente sintetico, fui sorpreso da una bandierina che ostentava la paternità USA della pizza.

Per chi non lo sapesse la stragrande maggioranza degli americani ritiene la pizza una loro invenzione. Poverini..!

Persone di ogni età in fila con un vassoio in mano saltavano dal Marocco al Giappone, dalla Tailandia al Messico, accostando nello stesso piatto finta paella e wurstel in salsa di soia, cous cous con tomato, maionese multicolorata alle mille essenze e altro ancora. Più in là un tizio, alquanto distinto, rigirava pietanze di diversi paesi a mò di insalata mista. Una cucina fusion estemporanea indicibile … bleah!

Al mio rientro, parlando con gli amici, si era stupiti che quella gente bivaccasse lì per intere giornate, ma si giustificava quello stile di vita come una conseguenza del clima più rigido del nostro, una sorta di adattamento dell’homo sapiens all’habitat del luogo. 

Mai avremmo immaginato che tutto ciò si sarebbe materializzato in Sicilia e che Catania avrebbe oggi vantato in Europa il secondo posto, dopo Oslo, per numero di centri commerciali in rapporto alla popolazione residente. Lo sapevate?

Mi chiedo come sia stato possibile tutto ciò, come abbiamo potuto accettare che i nostri figli disertino le piazze per rintanarsi in queste grotte illuminate, con i loro amori sbocciati in un fast food piuttosto che in una spaghettata fra amici e con le grigliate all’aperto, all’ombra di un albero, accanto una casa antica. Chi sono stati i registi di questo stravolgimento, chi i complici e i compiacenti, chi ha lucrato e come sia riuscito il “sistema” a instillarci l’idea che il Mall fosse una conquista sociale?

Nei giorni festivi, intorno ai “Circopolis”, sostano in attesa moderni pullman che hanno portato in gita pensionati e scolaresche, alla faccia della gita culturale! Altri arrivano con i bus navetta assoldati da novelli sindaci rampanti, comunque la maggior parte giunge in auto. Ogni domenica si banchetta ai fast food dove l’olezzo ricorda quello del patio di Boston.

Siamo diventati moderni, internazionali !

In un parcheggio interrato alcune famigliole improvvisano squallidi pic nic sul cofano della propria auto. Qualcun altro, dopo aver aperto il portellone posteriore, stende una tovaglia sul portabagagli e addenta un panino. Desolante davvero.

E come se non bastasse, ogni domenica nei centri più attrezzati, si celebra la Santa Messa, con tanto di rintocchi hi-tech che ne preavvisano l’inizio, altro che campane! Anche i fedeli fanno numero, il prete è preso in prestito dalla parrocchia del paese vicino. Tutto fa brodo. E pensare che la Chiesa era contraria all’apertura domenicale dei negozi…

Mi chiedo: Ce la faremo mai a ritornare sotto l’albero? Forse si, ma sarà dura.